Prefazione

Realtà infedele

Davanti ai quadri di Debora Gambino, ci troviamo in una terra di confine, un luogo di frontiera dove l’artista e l’artigiana giocano tra la sapienza manipolatoria e la sperimentazione. La scelta avventurosa di tecnica e materiali – prevalentemente colori acrilici su patchwork in tessuti d’arredamento, composti e incollati su tela o pannello – si sposa coi contenuti dell’universo privato, dell’identità, della storia personale. Dettagli del vissuto che, disposti nel giusto ordine alchemico, si staccano dal privato per comporre magicamente una storia sociale più ricca e condivisa, come accade ne “L’intrapresa”.

L’artista è una tessitrice di ricordi e la sua opera, più che una semplice raccolta, è una rapsodìa della memoria. Quando decodifichiamo un dato realistico, cadiamo in inganno. Il realismo è solo strumentale e sempre sul filo dell’ambiguità olografica. Sulle diverse scale di grandezza (100×150; 150×200; 250×100, etc.), gli oggetti raffigurati travalicano sempre la misura del reale, acquistando le dimensioni smodate dei ricordi e degli affetti. Le superfici di stoffa e damasco, sulle quali la tessitrice di ricordi dipinge/ricorda, diventano esse stesse mitopoietiche: falsano le due dimensioni, inducono vertigini e screpolature. Danno profondità a quella memoria che dà più profondità alla vita. Mancando l’ossessione del copista, emerge un’ossessione più bella: privare gli oggetti della loro contingenza e consegnarli al mito. Quel mito che la memoria individuale alimenta.
L’unico rimastoci e, auspicabilmente, inestinguibile.

Orlando Manfredi